Franco Nones, il 68 sugli sci e dintorni

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di Carlo Martinelli

Il 14 febbraio del 2004 muore Marco Pantani. Pochi giorni dopo, nel contesto di una serie di interviste a personaggi dello sport chiamati a dare il loro perché, se esiste un perché, sulla tragica fine del Pirata, ecco, all’altro capo del telefono, Franco Nones. L’uomo cui è caro il mese di febbraio. In febbraio è nato, era il primo giorno del mese, nel 1941, lui era terzo di otto fratelli, nella valle di Fiemme.  Il sei di febbraio del 1968, mise le ali ai piedi e spinse come non mai lungo i trenta chilometri della gara di fondo alle Olimpiadi invernali di Grenoble. Tagliò per primo il traguardo ed entrò nella leggenda. E mentre lo ascolti, decidi: è un uomo concreto. Con delle idee ben piantate, forse della stessa grinta e decisione con le quali piantava le racchette nella neve, nel mentre le leve spingevano verso i suoi sedici titoli italiani o verso quella storica medaglia sessantottina. Quando per la prima volta gli uomini del Nord si arresero. Così quando il Re di Norvegia è venuto in visita in Trentino – è successo per i Mondiali di sci nordico di Fiemme –  alla cena ufficiale c’era una tavola con sette posti ed uno, manco a dirlo, era per Franco Nones.

Allora, quest’uomo concreto deve raccontarci come si esce dai riflettori della celebrità (solo quella, nel suo caso; ché quando divorava le piste sugli sci da fondo la Federazione gli passava 1.500 lire al giorno di “mancato guadagno”) senza subire scossoni devastanti. Come è successo, è ferita recentissima, per Marco Pantani.

Già: cosa ne pensa Franco Nones di questa triste vicenda? Per avere una risposta dobbiamo attendere le ore diciannove, quando scendono le serrande del negozio di articoli sportivi, a Castello di Fiemme. Le parole sono ponderate, misurate, precise. “Certo che seguivo Pantani. Lui era uno capace di coinvolgere anche i non tifosi. Quando se ne andava in salita, ti venivano i brividi. Penso che il suo fosse un destino segnato anni fa. Con un temperamento come il suo non poteva sopportare il peso del sospetto. Lui provava vergogna, ne sono certo, al solo pensiero che qualcuno potesse pensare che le sue vittorie non erano vere. Comunque sia, questa è una storia che ti butta giù. Ed è difficile capire. Adesso tutti chiacchierano, tutti parlano, tutti credono di conoscere la verità. Ed invece chissà cosa c’era nella sua testa”.

Ed allora, la prima medaglia d’oro olimpica del fondo nella storia sportiva invernale italiana, ha una sua idea. Certo che ce l’ha ed è, appunto, assai concreta. “Chi fa sport deve avere il coraggio di tagliare completamente con il mondo dello sport, una volta finita la carriera. Deve fare quello che pensava di fare, deve buttarsi in una nuova dimensione di lavoro, completamente diversa. Le cose fatte a metà non servono a nessuno. Perché la vera vita non è quella dello sport attivo, delle vittorie, della celebrità. Devi apprezzare e non finire mai di ringraziare che la fortuna ti abbia permesso di fare, per alcuni anni, bellissimi, proprio quello che ti piaceva fare. Ma quando comincia quel periodo si sa che quella non può essere la professione della tua vita. Devi sapere che non durerà per tutta la vita”.

E allora, a proposito di concretezza, ecco cosa pensa Franco Nones, uno che ha conosciuto piste gelate, scarpe bagnate fradice, grandi fatiche: “Quando hai avuto gloria e fortuna devi avere il coraggio di smettere due anni prima, piuttosto che due anni dopo. Lo devi fare quando hai ancora grinta e voglia di fare”.

Sottinteso: Franco Nones lo ha fatto. Ma è una scelta davvero saggia? “Lo so bene che lo sport piace, che lo sport è bello. Ma la vita vera è quella con i problemi di tutti i giorni, è avere a che fare con la burocrazia, con le carte. Sulla cresta dell’onda ci resti per un momento della tua vita, è bellissimo ma è per forza di cose un periodo limitato. Allora ringrazia Iddio, ma sii consapevole che deve finire”.

E dunque, la seconda vita del campione, come la si affronta? “Io l’ho fatto credendo in certe cose. Potevo restare nella Guardia di finanza, invece ho scelto di aprire un negozio di articoli sportivi e di puntare sul turismo, sul settore alberghiero. Per me è stata decisiva la famiglia. Ed ogni mattina, quando mi sveglio, mi dico: affrontiamo la giornata nel migliore dei modi. E questo deve valere per chi è bravo e per chi è meno bravo, sempre. Con grande serenità”.

Mette sull’avviso, il campione che a Grenoble piegò il mitico Eero Maentyranta, indomabile finnico. “Molti sportivi, molti campioni commettono un grande errore. Credono che, una volta terminata la carriera, tutte le porte siano comunque loro aperte. Sbagliano. Proprio perché sei stato un campione, la gente da te pretende semmai qualcosa di più. Nella vita, come nello sport, c’è il vincente e c’è chi vince meno o nulla. Ma il carattere, quello, quello rimane. Quello fa la differenza. E l’albo d’oro della mia vita è molto lungo. Ma non è fatto solo dalle medaglie e dai titoli vinti. E’ fatto dalla famiglia, dagli amici, dalle soddisfazioni – e dalle difficoltà – del lavoro”. Poi Nones racconta  “di certi ex campioni, o comunque ex sportivi, che si trascinano da un bar all’altro. Non è questa la vita. Perché sarà pure un modo di dire, ma alla fine io sono convinto davvero che l’ozio è il padre dei vizi”. Non glielo chiedi, perché del pettegolezzo non se ne può più (e comunque lui non te lo direbbe, non a caso è uomo concreto), ma è chiaro che si riferisce a qualcuno in particolare. Poi, aggiunge: “Non sono molti gli atleti, grandi o piccoli, che quando hanno smesso l’attività agonistica sono riusciti ad inserirsi con soddisfazione in un’altra vita, nella seconda vita. Molti rimangono nell’ambiente, in qualche modo. E’ come se non volessero affrontarla la loro seconda vita. Forse perché sanno che quella è ancora più avventurosa ed ostica di quella che vivevano quando le telecamere, le interviste, gli applausi erano tutti per te. Nella vera vita, niente applausi. Spesso te lo fai da solo l’applauso. Ma vuoi mettere la soddisfazione di essere in pace con te stesso?”.

Inevitabile, la domanda finale. Si può avere ancora fiducia nello sport? “Sì. Guai non fosse così. Certo, che troppi siano fuori norma lo sanno tutti. Ma fiducia bisogna averla, sempre”.

Clic. Fine della telefonata. E un salto all’archivio, subito. Per scoprire che era Giorgio Fattori, uno dei più importanti giornalisti italiani del dopoguerra, l’inviato de “La Stampa” alle Olimpiadi invernali di Grenoble, nel 1968. E fu lui a firmare, in prima pagina, il memorabile articolo che raccontò agli italiani – era l’8 febbraio – quel che di incredibile era successo, poche ore prima. Un italiano per la prima volta sul podio più alto dello sci di fondo. “Per la prima volta nella storia delle Olimpiadi, il campione di una gara di fondo non è uno sciatore nordico o sovietico, ma un giovanotto di ventisette anni nato a Castel di Fiemme, provincia di Trento, di professione vice brigadiere di Finanza”. Così Giorgio Fattori – che dieci anni dopo Gianni Agnelli avrebbe voluto proprio alla direzione de “La Stampa” – iniziò quel resoconto.

E aggiunse: “Quella di oggi non è stata solo la più grande giornata nella vita di Franco Nones, medaglia d’oro dei 30 chilometri, ma una data storica per lo sport della neve. Le gare di fondo sono nate nelle pianure del Nord Europa: sugli stretti sentieri nei boschi di betulle, sulle sconfinate distese di falsopiano coperte, molti mesi dell’anno, dalla neve. Il boscaiolo, il postino, il medico condotto in Finlandia, Scandinavia e in alcune regioni di Russia sono tutti fondisti in potenza. Marciare sugli sci fa parte della loro vita, è indispensabile molte volte per il lavoro. Da queste centinaia di migliaia di «maratoneti bianchi» vengono fuori i campioni che nelle gare decisive hanno sempre dominato da lontano. Prima di Franco Nones, nessun centro-europeo alle Olimpiadi era mai andato oltre l’ottavo posto nelle prove di fondo.  Con queste tradizioni e questa scuola alle spalle, non era pensabile che in una gara olimpica uno sciatore alpino riuscisse mai a battere i nordici. Anche a Grenoble, nessuno aveva pensato a Franco Nones. I tecnici sapevano che era in forma, gli specialisti conoscevano i suoi mesi di preparazione in Svezia, i buoni risultati. Ma nel villaggio olimpico di Autrans nessun giornalista straniero aveva disturbato in questi giorni il finanziere Nones per una dichiarazione o una fotografia. Le attenzioni erano tutte per il finlandese Maentyranta, bruno come uno spagnolo e dallo stile leggero: lo chiamano la volpe delle nevi. Alla vigilia della gara era nevicato per un’ora, a Grenoble e a Autrans. Quella sfuriata di maltempo aveva preoccupato i cerimonieri della fiaccola, creato il problema di come fare restare il generale De Gaulle per due ore sotto la neve. Poi il cielo si era schiarito e a Grenoble nessuno ci aveva pensato più. Ma quella neve di Autrans aveva preparato la vittoria di Nones. « La pista rapida e dura — come dice — dove contano più i polmoni che lo stile: la pista che aspettavo». Franco Nones non è molto alto, gli sciatori di gare di fondo assomigliano spesso ai maratoneti. La lunga falcata non conta, ma sapere buttare uno sci avanti all’altro, senza un attimo di respiro. Nones ha il cuore giusto per questa durissima fatica, anche se un medico tanti anni fa lo sconsigliò di continuare il ciclismo (gareggiava fra gli allievi) perché il battito del suo cuore non gli piaceva. Oggi quel medico, in qualche parte del Trentino, leggerà con stupore che l’adolescente, al quale proibì con fermezza qualunque sport, ha battuto i più famosi fondisti del mondo”.

Il Carrarmato e il Pirata, la vita davanti e quella per sempre alle spalle

benetti canarinodi Carlo Martinelli

Il 14 febbraio del 2004 muore Marco Pantani. Pochi giorni dopo – per la precisione, il 20 – nel contesto di una serie di interviste a personaggi dello sport chiamati a dare il loro perché, se esiste un perché, sulla tragica parabola del Pirata, capita di sentire, all’altro capo del telefono, Romeo Benetti.
Occhio: se si va su google e si digita il suo nome, il motore di ricerca ti suggerisce anche “Benetti macellaio”. E, certo, in rete trovi anche l’intervista a Franco Liguori, il mediano del Bologna cui Benetti spezza la gamba il 10 gennaio del 1971, di fatto spezzandogli anche la carriera.
Ma, qui, piace riproporre una conversazione tanto pacata quanto intrisa di una sottile malinconia, non disgiunta da una saggezza che è forse figlia di quella indiscutibile rudezza.
Perché per noi, malati di calcio, Benetti sarà sempre la diga insormontabile contro la quale gli inglesi cozzarono invano, nel 1973, a Wembley, quando Fabio Capello uccellò i figli di Albione (non perfidi come un tempo, ma quasi). E quei baffoni e quel sorriso un po’ duro, un po’ da film western (massì, lo avremmo visto bene a fianco di Bud Spencer e Terence Hill) sono rimasti nell’iconografia del calcio italico. E quella foto, qualcuno l’ha scordata quella foto? Il rude Romeo Benetti – classe 1945, esordio a 17 anni nel Bolzano, in serie D: in quel campionato 63-64 giocò 32 volte e segnò 10 reti, trampolino verso una carriera memorabile – se ne sta a rimirare la gabbietta con i canarini.
Romeo Benetti. Centinaia e centinaia di partite in serie A, 55 volte in azzurro. In morte di Marco Pantani, un signore che conosce l’animo degli uomini – dei deboli e dei forti – dice una verità sacrosanta. Vittorino Andreoli: “Pantani era un eroe della bicicletta. Una volta sceso da quel destriero, si è perso, si è smarrito, non ha accettato di essere qualcosa di diverso”.
Ma ci sono stati, e ci sono, campioni che smettono di essere tali, che vedono le luci dei riflettori spegnersi sopra di loro e che, tranquillamente, iniziano un nuovo cammino. Romeo Benetti è uno di questi. Il vocione è quello di sempre, è quello di allora, inconfondibile. Dalla Liguria racconta: “Per fortuna è la stragrande maggioranza degli atleti, in qualsiasi sport, che accetta l’inesorabile legge del tempo. Perché noi, su questa terra, siamo di passaggio, mica siamo eterni”.
Allora, signor Benetti, nessun problema nel giorno in cui ha appeso le scarpe al chiodo? “Macché. Lo sappiamo: per un processo naturale le qualità che ti hanno fatto campione, vengono meno. Certo, ci vuole una preparazione mentale per accettare tutto questo. Però a me è successa una cosa semplicissima: da quando ho smesso di giocare a calcio ho avuto tali e tante attività, che i problemi e le preoccupazioni sono semmai aumentati”.
Allora per il biondo Romeo, par di capire, i riflettori spenti non sono stati un trauma. “No. Certo che no. Mi fa piacere che la gente mi ricordi per quello ho fatto sui campi di gioco. Ma so che il calcio da copertina appartiene a chi ha l’età. E questo vale per tutti gli sport”.
E’ troppo tranquilla, la conversazione con Benetti. Ti dispiace quasi di averlo disturbato. Poi, però, ti regala una immagine folgorante. “Lo sa? Io, a casa, non ho neppure una mia foto appesa. Intendo una foto che mi veda in azione, da calciatore. Mi disturba l’idea di averne. Neppure quando giocavo amavo tenere ritagli di giornale o le immagini delle partite”.
Questa è bella. A uno che ha vinto due scudetti e si è fatto due mondiali, concedereste una parete intera di trionfi e ricordi. Ed invece… “Non mi è mai piaciuto pensare all’ieri. Mi interessa il domani, sempre. Quanto alla vita, quella vera comincia quando si spengono i riflettori”.
Adesso Romeo Benetti istruisce i futuri allenatori. Parla di uomini che devono usare l’intelligenza, che sanno di doversi mettere sul mercato – magari dopo una brillante carriera – avendo la capacità di prevedere l’attività futura in forma diversa rispetto al passato. Inevitabile, il discorso ritorna là dove era iniziato. Marco Pantani. C’è una incrinatura triste nella voce di Benetti. “Le cronache impietose di questi giorni ci parlano di un Pantani che nessuno conosceva. Circondato da ceffi loschi. Sono sorpreso. Il mio ricordo è quello di un campione che pedalava in bicicletta e che era amato dal suo pubblico. Quando ho saputo, ho provato un gran dispiacere”.
Ricordate le gambe del Romeo? Le sue sgroppate lungo il campo? Quel suo pudico parlare? Eppure, Carrarmato, lo chiamavano. Palla lunga e pedalare. Già: ma quando il discorso scivola sul Pirata, grinta e forza lasciano spazio a una compassione tutta speciale. E capisci che se solo potesse, il rude Romeo parlerebbe a Pantani così come parlava ai canarini di quella foto ingiallita dal tempo. Gli direbbe la sua verità di campione che non vuole foto per ricordare, perché la vita è avanti.
Ma di fronte al mistero e al dolore, anche il rude Romeo si inchina. C’è chi sa passare dalle 350 partite in serie A agli allenamenti sui campetti federali, felice di quel che ha. Lieto se qualcuno gli ricorda le partite di un tempo. Ma del Pirata che conquistò pedalando l’Italia e la Francia e che oggi riposa nel triste cimitero degli eroi dello sport, anche il rude Romeo non può che dire la verità di tutti. “Non so. Non capisco. Ho solo una grande tristezza, nel pensare a questa vicenda”. Già. Per Romeo Benetti di Albaredo d’Adige, la vita è avanti. Per Marco Pantani di Cesenatico è dietro, e per sempre.